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3 Novembre 2026
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Storia e politica

La fine di un’epoca: l’Irlanda esce dalle partecipazioni del salvataggio bancario

Julian Thorne
La fine di un’epoca: l’Irlanda esce dalle partecipazioni del salvataggio bancario

Nell’aprile 2011 i cittadini irlandesi si ritrovarono inaspettatamente azionisti di maggioranza di un piccolo istituto, Permanent TSB (PTSB). Non era un motivo per festeggiare.

Un’indagine commissionata dal governo aveva rivelato problemi sistemici nel settore bancario nazionale più profondi del previsto. Per restare solvibile, PTSB aveva bisogno di un’iniezione di capitale di 4 miliardi di euro, pari a 3,49 miliardi di sterline. Nessun investitore privato voleva assumersi l’operazione: rimanevano soltanto i fondi pubblici.

Quei 4 miliardi erano solo una parte degli investimenti pubblici destinati alle banche per coprire le pesanti perdite dovute a numerosi prestiti immobiliari deteriorati.

Ora, quindici anni dopo, la presenza dello Stato nelle banche si avvia alla conclusione. Questa settimana la banca austriaca BAWAG ha annunciato un accordo per acquistare la consistente quota governativa di PTSB per 931 milioni di euro, circa 812 milioni di sterline.

Una svolta per il mercato bancario al dettaglio

Il Tánaiste, vicepremier irlandese, e ministro delle Finanze Simon Harris ha definito l’operazione «lo sviluppo più significativo nel mercato bancario al dettaglio irlandese da oltre un decennio». L’obiettivo dichiarato è aumentare la concorrenza in un mercato dominato da Bank of Ireland e AIB, i principali istituti sopravvissuti ai salvataggi.

Harris ha sottolineato che lo Stato ha recuperato gran parte della spesa per PTSB. Sommando il ricavato dell’acquisizione BAWAG, precedenti cessioni di attività e commissioni accumulate, il recupero complessivo dovrebbe superare 3,7 miliardi di euro, ossia 3,23 miliardi di sterline.

Con l’uscita dall’ultima partecipazione rilevante, resta però controverso definire i salvataggi un «successo». Harris ha indicato un avanzo di circa 1,3 miliardi di euro, pari a 1,13 miliardi di sterline, sugli investimenti complessivi in PTSB, AIB e Bank of Ireland. Ma i fallimenti degli istituti più imprudenti oscurano questo risultato.

Pressioni enormi e conseguenze inattese

Dan O’Brien, capo economista dell’IIEA e testimone diretto della crisi, paragona la ripresa irlandese alla crisi bancaria svedese degli anni Ottanta: in entrambi i casi, un ciclo di circa vent’anni per ritrovare stabilità.

Le perdite di Anglo Irish Bank, costate ai contribuenti circa 30 miliardi di euro, ovvero 26 miliardi di sterline, impediscono tuttavia di parlare di successo senza riserve. Secondo O’Brien, «se si esclude Anglo… sarebbe stato come il caso svedese degli anni Ottanta, e si potrebbe certamente parlare di successo».

La fine di questa fase riapre anche il dibattito sull’opportunità di far assorbire parte delle perdite ai creditori internazionali delle banche irlandesi, la strategia nota come «burning the bondholders». O’Brien attribuisce la scelta di proteggere questi creditori all’«immensa pressione» dell’eurozona.

«A Francoforte erano assolutamente certi che, se… gli obbligazionisti delle banche avessero subito perdite, il costo del finanziamento di tutte le banche dell’eurozona ne avrebbe risentito», ha spiegato. Jean-Claude Trichet, allora presidente della Banca centrale europea, avrebbe avvertito che «una bomba sarebbe esplosa a Dublino» se gli obbligazionisti non fossero stati protetti.

O’Brien trova sorprendente che l’esperienza non abbia alimentato un forte euroscetticismo in Irlanda: «Guardando i sondaggi odierni sull’Unione europea, gli irlandesi sono tra i più favorevoli all’UE sotto ogni aspetto: sostegno all’euro, fiducia nella Commissione e nelle istituzioni europee. L’Irlanda è ai primi posti».

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